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Le Olimpiadi non sono solo gare.
Sono storie.
E le Olimpiadi invernali appena concluse ci hanno mostrato storie di grande passione e perseveranza: la sciatrice americana Lindsay Vonn che ha gareggiato con un crociato rotto…
L’ucraino Eraskevich squalificato per aver indossato un casco con le foto degli atleti ucraini morti in guerra…
Giovanni Franzoni, giovanissimo vincitore di un argento che ha dedicato al compagno di squadra Matteo Franzoso, morto in allenamento…
La pattinatrice di velocità Arianna Fontana che a 35 anni ha aggiunto un’altro oro al suo medagliere da record o la perseveranza leggendaria della “tigre” Brignone e sicuramente ci stiamo dimenticando qualcuno…
Oggi vi racconto la storia di un atleta che, nonostante la vita abbia cercato di farlo cadere più volte, è rimasto in piedi fino all’ultimo.
16 febbraio 2002
Salt Lake City Ice Center, Utah
Sono le 8:46 del mattino e sulla linea di partenza della finale dei 1000 metri short track ci sono cinque uomini.
Alla sinistra di Steven Bradbury, che indossa la tuta con la bandiera australiana, ci sono:
Hanno tutti tra i due e i dodici anni meno di lui.
Steven è il più vicino ai 30 e per tutti è lo sfavorito.
Molti dicono che sia arrivato lì per pura fortuna.
Ma lui sa che non è così.
Con la sua coach ha preso una decisione precisa: non tentare il sorpasso a ogni costo.
Non entrare nello scontro diretto.
Non rischiare di cadere insieme agli altri.
Restare dietro.
Aspettare.
Perché nello short track basta un pattino fuori posto per cambiare tutto.
E mentre aspetta il colpo di pistola che darà il via alla finale, Steven comincia a pensare che forse non dovrebbe essere lì.
I segnali per capire che non fosse destinato a brillare in quella disciplina c’erano tutti.
Nel sud dell’Australia non ci sono molte piste di pattinaggio sul ghiaccio.
Eppure lui aveva indossato i pattini per la prima volta a tre anni, grazie a suo padre, ex campione negli anni ’60.
Non ancora ventenne aveva regalato all’Australia la prima medaglia olimpica invernale della sua storia: un bronzo nella staffetta a Lillehammer.
Sembrava l’inizio di una carriera luminosa.
Poi, ai Mondiali dell’anno successivo, uno scontro in pista.
Il pattino di un avversario gli recide il quadricipite.
Perde quattro litri di sangue.
Ci vogliono quasi due anni per tornare sul ghiaccio e quando finalmente è pronto per le Olimpiadi di Nagano, nel 1998, un’intossicazione alimentare lo mette KO prima ancora di iniziare.
Aveva pensato che quelli sarebbero stati i suoi ultimi Giochi.
Ma decide di riprovarci.
Si allena per Salt Lake City.
E ancora una volta il destino sembra volerlo fermare: una caduta in allenamento, frattura di due vertebre del collo.
Due mesi con il collare.
Insomma, essere lì, su quella linea di partenza, alla faccia di tutti quelli che non credevano mai che un ventinovenne, dopo tutti quegli infortuni, potesse ancora partecipare alle Olimpiadi, gli sembra davvero impossibile.
Eppure la gara inizia.
Steven, come nelle gare precedenti, resta nelle retrovie.
È ultimo.
Tre secondi di ritardo sul primo.
In una gara dove si viaggia a 40 km/h, tre secondi sono un’eternità.
All’ottavo giro il coreano perde la testa della corsa.
Se la giocano l’americano e il cinese.
Ultimo giro. Ultima curva.
Nella smania di accelerare, si toccano.
Perdono l’equilibrio.
Scivolano contro le paratie.
E innescano una reazione a catena.
Cadono tutti.
Tutti quelli davanti.
E dietro, a qualche metro di distanza, c’è lui.
Steven.
Dalla classica posizione con la schiena in avanti, alza la testa.
Si solleva.
E capisce.
Tra lui e il traguardo non c’è nessuno.
Due secondi di pista vuota.
Due secondi che separano una carriera tormentata dalla medaglia d’oro.
Mentre gli avversari cercano goffamente di rialzarsi e lanciarsi verso la linea di arrivo, lui pattina.
Taglia il traguardo.
Braccia al cielo.
Il pubblico esplode.
Steven Bradbury vince la prima medaglia d’oro olimpica invernale per l’Australia.
C’è chi dice che sia stata solo fortuna.
Una serie di eventi casuali. Un incidente collettivo.
C’è chi invece parla di tenacia.
Di determinazione. Di una strategia lucida.
Forse entrambe le cose.
Ma c’è una frase che lui stesso ha pronunciato e che racconta tutto.
“Non ho vinto in un minuto e mezzo di gara. Ho vinto in dieci anni.”
Dieci anni di infortuni.
Di ritorni impossibili.
Di allenamenti dopo il collare.
Di partenze da ultimo.
Dopo quell’Olimpiade è diventato un eroe nazionale.
Giornali, interviste, persino un francobollo con il suo volto.
Ma più di ogni altra cosa, è rimasto nella storia con un titolo semplice.
Steven Bradbury.
L’ultimo uomo rimasto in piedi.
E a volte, nello sport come nella vita, è tutto ciò che serve.
Jairo Junior
Fondatore di Cross Cardio
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